Logo Centro Corsi Martina
Home page

ECM

EDIZIONI MARTINA S.R.L.
40126 Bologna - Via delle Belle Arti 17/E - Tel. 051.6241343 - WhatsApp 3388677050 - info@edizionimartina.com


Il carrello è vuoto
Autore Titolo Indice

GU n. 63 del 10/03/2020
lo sconto online è del 5%

SEGUICI SU FACEBOOK

 

Sei il visitatore numero

 



  • PRESENTI COME ESPOSITORI





 

I TAROCCHI storia, arte, magia dal XV al XX secolo

VITALI A. - ZANETTI T.

Pag. 192 - 150 illustrazioni a colori

Quantità

Prezzo di copertina 35,00 €

SCONTO INTERNET -5%

33,25 €

Presentazione
Prefazione
La prima pagina...

 

Presentazione

 

Le carte, le incisioni, i libri presentati in questo volume sono parte di una grande collezione costituita da un attento e vero collezionista, direbbe Benjamin, che ha costituito per sé e per gli altri una magica enciclopedia dei tarocchi e della visione del mondo che l'arte, la letteratura e il gioco hanno ad essi affidati. La loro presentazione in mostra è il gesto finale del sapiente raccoglitore, perché anche una collezione privata ha bisogno del pubblico per esistere.

Così come avviene per le raccolte di proprietà pubblica. L'esposizione pubblica è il momento in cui il collezionista, sempre in tensione dialettica tra i due poli dell'ordine e del disordine, direbbe ancora Benjamin, sceglie finalmente l'ordine espositivo come attività razionale che aspira a dare agli oggetti disposti in mostra nuovi e diversificati sensi di lettura, alimentati anche da chi, visitatore, per la prima volta si avvicina (cosciente o non) ad un materiale mai prima di allora visto o solo immaginato.

Sono sicuro che questa sia anche la vera aspirazione di chi, fine conoscitore, ha collezionato questi documenti non per tesaurizzare o per costituirsi un alone di prestigio, ma per ricerca, per studio, affidando alla sua collezione non solo la funzione antica dei semplici e curiosi mirabilia ma il ruolo prezioso dell'apporto di conoscenza.

Il messaggio di questa esposizione è per l'appunto questo: riconoscere nei materiali reperiti ed illustrati dalle capacità e dalla perizie del collezionista la fortissima valenza didattica e conoscitiva di una raccolta che si rivela essere un vero e proprio inventario visivo.

E nel caso avessimo voglia di allineare sullo stesso scaffale quella decina di pubblicazioni che rappresentano le pietre miliari del gioco dei tarocchi questo volume rientra a buon diritto in quelli che l'hanno documentato sul territorio catalografico dell'immagine.

Donatino Domini
Direttore della Biblioteca Classense di Ravenna


Prefazione

 

La parola tarocco è ambigua e complessa. Per me, per i miei ricordi d'infanzia, i "tarocchi" sono anzitutto gli aranci rossi di Sicilia, splendidi, solari, che il fruttivendolo (per i fiorentini "l'ortolano") spaccava in due per mostrarne trionfalmente l'interno fulgido come un rubino e perfetto come il rosone di una cattedrale gotica. Ed è, quello, un ricordo tanto bello e vivido che mi ha sempre dato un gran fastidio l'aggettivo "taroccato", che soprattutto i giovani con tanta frequenza usano a indicare qualcosa di falso e di posticcio, una fregatura.

D'altronde, credo che gli aranci di Sicilia si chiamassero (si chiamino) "tarocchi" per una sorta di equivoco, dal momento che ricordano semmai il "seme" dei danari nel gioco delle carte. Cioè in quella cosa che si dice inventata nella corte imperiale cinese nel XII secolo, per dare un passatempo alle concubine del sovrano che si annoiavano: e che gli studiosi collegano, anche formalmente, alla carta-moneta, ancorché alcuni di essi continuino a sostenere che il gioco delle carte ha origine non cinese, bensì indiana.

Che carte e scacchi si siano diffusi insieme in Europa può esser dato generico e leggendario: certo è che, come il celebre mazzo di carte arabe del XIII secolo esposto nel Museo del Topkapi di Istanbul ricorda, il muluk wa-nuwwab, per noi il gioco della carte ha origini musulmane e proviene con ogni probabilità dalla Spagna. Il na'ib ("governatore") è figura delle carte arabe; "naibi" si chiamavano le carte in Italia, e naipes sono ancor oggi dette nelle lingua castigliana. Le fonti a nostra disposizione insistono sulla diffusione del gioco in Italia già dal Trecento, per quanto i primi mazzi di cui disponiamo siano quattrocenteschi. Ad ogni modo già Bernardino da Siena, predicando nel 1423 a Bologna, se la prendeva con i giocatori d'azzardo e mostrava come i "semi delle carte andavano riportati ai peggiori vizi capitali: i denari all'avarizia e quindi all'usura, le coppe alla gola e quindi all'ubriachezza, le spade e i bastoni all'ira e quindi alla violenza". Che potevano del resto esser poi, appunto, i "vizi di stato" delle categorie sociali che a quanto pare il gioco simboleggiava: le coppe il clero, i danari i borghesi, le spade i nobili, i bastoni i contadini.

Ma i tarocchi? Non tutti gli studiosi sono d'accordo sul fatto che essi siano arrivati da noi insieme alle carte. Colpisce la drammatica dicotomia di certe loro denominazioni: i "trionfi" rimandano a immagini di corte, di vittoria, di potenza, di lusso, laddove le "minchiate" parlano i linguaggio del trivio, della truffa, della violenza di strada, dell'insignificanza. Un lessico che denunzia un atteggiamento bipolare verso il gioco: tra il timore, il fascino, la sfida e il disprezzo. Le carte: roba da re e da buffoni, sconsigliate alla gente mediana, alle persone decorose, a chi tiene alla dignità. O al proprio gruzzolo. O al proprio destino.

Gioco? E, se tale, play o game? Gioco d'azzardo, quindi di fortuna: che - lo sanno tutti - non solo è cieca, ma è anche instabile - si muove in equilibrio su una sfera - e calva, salvo un ciuffo di capelli sulla fronte, per cui va letteralmente "acciuffata"; ma per farlo ci vogliono destrezza e audacia, il che finisce col costituire un circolo non saprei se virtuoso o vizioso, dal momento che, appunto, audaces fortuna iuvat. E, d'altro canto, l'audacia è l'avversaria naturale della fortuna, colei che intende a ogni costo correggerla. Da qui la magia, intesa come volontà non di sapienza bensì di potenza, ricerca di potenza, quindi sfida all'incognita del destino e quasi evocazione di esso a costo di venirne colpiti, che le pratiche mantiche sono rischiose per chi le pratica e per chi se ne fa cliente.

Fu un grande ermetista del Cinquecento, Guillaume Postel, a chinarsi sul carattere non tanto e non solo divinatorio, bensì sapienziale dei tarocchi, e sostenere ch'essi altro non erano che il Libro di Toth sfuggito all'incendio della biblioteca d'Alessandria: settantotto tavole d'oro puro contenente in caratteri geroglifici l'intero scibile umano e che gli "egiziani" esuli - cioè i gitanos, i gipsies - avrebbero conservato gelosamente come segreto e diffuso nella loro dolente e mirabile avventura nomadica.

Non era pertanto affatto fuori luogo uno studioso ch'è anche artista, Marco Bussagli, nel disegnare ispirandosi alle tarsie del duomo di Siena un mazzo di tarocchi ermetici: il pavimento di quella splendida cattedrale, che ispirò Wagner per il castello del Graal nel Parsifal, è un tessuto di simboli ermetici. Attraverso l'esoterismo moderno inaugurato alla fine del Settecento in Francia (anche se non solo) e di cui è un esempio la monumentale opera Il mondo primitivo analizzato e confrontato col mondo moderno edita nel 1781 da Court de Gébelin, l'arte e la scienza "segrete" dei tarocchi sono giunte fino a noi.

Con molte mistificazioni forse, qualcuna anche di basso profilo. Ma il loro fascino resta. Io, ad esempio, li ammiro straordinariamente: ma mi tengo ben alla larga dal consultarli. Non è lecito ai fedeli del Dio d'Abramo tentare, attraverso le sortes, il Signore.

Franco Cardini
Storia Medievale, Università di Firenze


La prima pagina...

 

L'ARMONIA CELESTE

I tarocchi sono un gioco formato da 56 carte numerali dette "a semi italiani", ma di origine araba (coppe, danari, spade, bastoni) e da 22 immagini chiamate Trionfi ideate agli inizi del Quattrocento in Italia.

Questo gioco rimanda ai Triumphi di Francesco Petrarca, in cui il poeta trecentesco descrive le principali forze che governano gli uomini attribuendo loro un valore gerarchico. Per primo viene l’Amore (Istinto), che corrisponde ad una fase giovanile, vinto dalla Pudicizia (Castità, Ragione), fase successiva di matura pacatezza, a cui segue la Morte, che sta a significare la transitorietà delle cose terrene; essa viene vinta tuttavia dalla Fama, vittoriosa sulla morte nella memoria dei posteri, ma su di essa trionfa il Tempo il quale è sovrastato infine dal Trionfo dell'Eternità, che sottrae l'uomo dal flusso del divenire e lo pone nel regno dell'eterno.

Nelle carte dei tarocchi i Trionfi, fin dall'inizio, furono 22, numero che nel significato mistico della numerologia cristiana rappresenta l'introduzione alla sapienza e agli insegnamenti divini impressi negli uomini.

La teologia medievale assegna all'universo un preciso ordine, formato da una scala simbolica che sale dalla terra al ciclo: dall'alto di questa scala Dio, la Prima Causa, governa il mondo, senza tuttavia intervenirvi direttamente, ma operando exgradibus, cioè attraverso una serie ininterrotta di intermediari in modo che la sua potenza divina si trasmette fino alle creature inferiori, fino all'umile mendicante.

Letta invece dal basso verso l'alto, la scala insegna che l'uomo può elevarsi gradualmente nell'ordine spirituale inerpicandosi lungo le cime del bonum, del veruni e del nobile e che la scienza e la virtù lo avvicinano a Dio.

Dal primo ordine di Trionfi conosciuto, risalente all'inizio del Cinquecento, risulta evidente che si trattava di un gioco a sfondo etico. Il Bagatto raffigura l'uomo comune a cui sono state date guide temporali, l’Imperatrice e l'Imperatore e guide spirituali, il Papa e la Papessa (la Fede).

Gli istinti umani devono essere mitigati dalle virtù: l’Amore dalla Temperanza e il desiderio di potere, ossia il Carro, dalla Forza (la cristiana virtù "Fortitudo"). La Ruota della Fortuna insegna che ogni successo è effimero e che anche i potenti sono destinati a diventare polvere. L’Eremita, che segue la Ruota, rappresenta il tempo al quale ogni essere deve sottostare, mentre l'Appeso rappresenta il pericolo di cadere nella tentazione e nel peccato prima che la Morte sopraggiunga.

Anche l'Aldilà è rappresentato secondo la tipica concezione medievale: l'Inferno e quindi il Diavolo, è posto sotto la crosta terrestre sopra la quale si estendono le sfere celesti. Come nel cosmo aristotelico, la sfera terrestre è circondata dal cerchio dei "fuochi celesti", raffigurati da fulmini che colpiscono una Torre. Le sfere planetarie sono sintetizzate dai tre astri principali: Venere, la Stella per eccellenza, la Luna e il Sole. La sfera più alta è l'Empireo, sede degli Angeli che nel giorno del Giudizio saranno chiamati a risvegliare i morti dalle loro tombe. In quel giorno la Giustizia divina trionferà, pesando le anime e dividendo i buoni dai malvagi. Sopra tutti sta il Mondo, cioè "El Dio Padre", come scriveva un anonimo monaco che commentò i tarocchi all'inizio del Cinquecento. Lo stesso religioso pone il Folle dopo il Mondo, come ad indicare la sua estraneità a ogni regola ed insegnamento.

Nel corso del Quattrocento il gioco dei Tarocchi era chiamato Ludus Triomphorum. Solo agli inizi del Cinquecento apparve il termine Tarocchi. Esso potrebbe derivare dall'arabo e significare "fogli di carta" o ancor meglio dal termine tariqa (si legge "tariccà"), cioè "Via della Conoscenza Mistica", elaborazione di un percorso mistico di ispirazione indiana (la Tara Verde rappresenta la dea della Conoscenza Suprema nel Buddismo tibetano). Alcuni suppongono che la parola Tarocco derivi dal termine dialettale tarocar, ossia dire o fare cose sciocche o insensate, in riferimento al gioco d'azzardo.